di Vittorio Macioce, direttore artistico del Festival delle Storie
C’è un circo che non ha tendoni, né segatura, né clown tristi. È un circo di narratori, funamboli della parola, prestigiatori del pensiero. Viaggia senza carovana, ma si ferma in ogni paese come se ci fosse sempre stato. Il Festival delle Storie è questo: un esperimento alchemico che ogni anno si compie nella Valle di Comino, dove l’Appennino si fa soglia e spartiacque, tra i due mari che non si vedono ma si intuiscono. È il centro di un’Italia laterale, dove il tempo si è fermato per poter cambiare direzione.
Non è solo un festival. È un gesto. È un’eresia che ha il coraggio di credere nella cultura non come salotto, ma come zolla. Ogni storia raccontata è una vanga che affonda nella terra, una zolla girata, un seme buttato nella polvere. Perché la cultura qui non è spettacolo, ma lavoro. Non è intrattenimento, ma trasformazione. È come l’acqua nelle vigne: invisibile, necessaria. Chi la ignora si estingue, chi la coltiva resiste.
La Valle di Comino, guardata da fuori, è un luogo come tanti. Ma guardata da dentro è un enigma. Ogni paese è un palcoscenico, ogni piazza una pagina bianca. Qui l’antico si mescola con il mai visto. I racconti sbocciano tra i castelli e gli alberi di visciole, le case sbrecciate e le culle che si ostinano ad aspettare. Il festival porta voci, idee, visioni. E le lascia lì. Come piccole rivoluzioni silenziose che si sedimentano. Non cambiano tutto, ma cambiano abbastanza da mutare l’aria.
L’alchimia è questa: prendere il caos e fargli raccontare una storia. Dare un nome all’imprevedibile. Scoprire che nell’improvviso si nasconde il vero. Qui, ogni giorno, il disordine si trasforma in senso. È il potere della narrazione: convertire il caso in destino, l’accadere in coscienza. Per una settimana, in questo circo mobile, succede che la filosofia incontri la cronaca, che la fiaba parli con l’inchiesta, che l’utopia si sieda accanto al realismo.
Il Festival delle Storie non ha confini. Non ha una sede, non ha una capitale. È come un’epifania che attraversa i paesi – Alvito, Picinisco, Gallinaro, Atina, Settefrati, San Donato – e accende fuochi ovunque. È un’idea che viaggia, che si adatta, che entra nelle case come il profumo del pane. E lascia sempre una domanda: cosa sarebbe questa terra senza le parole?
Sarebbe rassegnazione. Sarebbe emigrazione dell’anima. Perché la cultura non è un orpello, ma ricchezza vera, più dell’oro, più dell’acqua. È la possibilità di restare e non soccombere. Di costruire futuro dove altri vedono solo passato. È la scelta di dire “qui si può”. Chi viene al festival lo capisce. Lo respira. Lo tocca. Non è pubblico, è comunità. Non ascolta, partecipa. Non consuma, condivide. È questo il segreto: la cultura che non separa, ma unisce. Che non si impone dall’alto, ma si impasta con le storie di chi abita questi luoghi. È un atto agricolo: si ara, si semina, si aspetta. E poi si raccoglie. Non applausi, ma germogli.
In un’Italia che si svuota e si dimentica, la Valle di Comino diventa un laboratorio. Non per nostalgia, ma per visione. Il Festival delle Storie è tutto questo. È l’alchimia che trasforma la parola in pane, il pensiero in progetto, la bellezza in mestiere. È il luogo dove il caos incontra la sorpresa e l’improvviso danza con l’imponderabile. È il gesto che rompe l’abitudine e accende la meraviglia. È un circo che non finisce mai, perché ogni volta che qualcuno racconta, in un paese della valle, il mondo cambia direzione. Anche se per un istante solo.
Anche se nessuno se ne accorge.