La luce di San Francesco al Festival delle Storie 2026

Vittorio MacioceQuando scrive «Laudato si’, mi’ Signore, per frate Sole», Francesco non vede più niente.

Gli occhi se ne sono andati da un pezzo. I medici gli hanno bruciato le tempie con un ferro rovente, e non è servito. Sta sdraiato su una stuoia a San Damiano, ha due anni di vita davanti, e la luce che loda è una luce che può soltanto ricordare. Il sole che chiama fratello non lo rivedrà mai. Ecco, la cosa più schietta che sia stata scritta nella nostra lingua l’ha scritta uno che stava al buio.

Questo lo capiamo bene, qui.

Siamo gente che ha imparato a nominare le cose mentre se ne andavano. I paesi si svuotano, le finestre restano chiuse, sui campanelli ci sono ancora i cognomi di chi non c’è più. Le scuole chiudono. Chi resta conta quelli che partono.

Un’intera Italia interna, appenninica, come la nostra, ha preso l’abitudine di guardarsi come si guarda una fotografia sbiadita, con la voce di chi dice: qui una volta.

Quest’anno abbiamo dato a ogni paese una creatura.

San Donato il Sole, Gallinaro l’Acqua, Settefrati il Vento, Casalvieri la Terra, Picinisco la Luna, Alvito il Fuoco.

E ad Atina, l’ultima sera, Sorella Morte.

Non è una chiusura, è il contrario. L’ultima sera non parliamo della morte. Parliamo dei nostri morti, che da queste parti non se ne vanno davvero: restano nei cognomi, nelle fotografie sopra il camino, nei terreni che portano ancora il nome di chi li ha zappati, nelle bestemmie e nelle preghiere dei figli.

In città i morti spariscono. Qui continuano a stare dentro le conversazioni. Sono creature anche loro, e li chiamiamo per nome.

È questo che fa una storia raccontata a voce alta: tiene aperta una porta tra chi c’era, chi c’è e chi verrà.

Non sappiamo se Francesco sia mai passato di qui. Si dice Vicalvi, 1222, ma nessuno l’ha scritto e va bene così. Sappiamo però che il suo canto non è nato per le biblioteche. È nato per essere detto fuori, tra la gente, con il cielo sopra.

Che poi è esattamente quello che faremo, dal 23 al 29 agosto, in sette piazze di questa valle. Al buio, come lui. E chiamando fratello il sole e sorella la morte.