Prima ancora di essere un luogo, la terra è un’appartenenza.
È la terra sotto i piedi quando impariamo a camminare, quella che conserva le impronte di chi è venuto prima di noi, quella dei campi, delle case, dei cimiteri, delle piazze dove le comunità si sono incontrate per generazioni. È il luogo da cui partiamo e quello che, anche quando ce ne allontaniamo, continuiamo a portare dentro di noi.
Nel Cantico delle Creature, Francesco chiama la terra «Sorella e Madre». In queste due parole c’è un modo intero di guardare al mondo: la terra è sorella perché appartiene alla stessa famiglia del creato; è madre perché genera, nutre e accoglie. Non è qualcosa che possediamo, ma qualcosa di cui facciamo parte.
È da qui che nasce la giornata di Madre Terra, che il Festival delle Storie dedica al 26 agosto a Casalvieri. Dopo il Sole, l’Acqua e il Vento, il viaggio attraverso le creature del Cantico arriva al luogo più concreto delle nostre radici: la terra. Una giornata che porta il Festival a interrogarsi non soltanto sull’ambiente, ma sul rapporto che lega gli uomini ai luoghi che abitano e alle trasformazioni che attraversano il pianeta.
Perché parlare di terra significa parlare di radici.
Le radici non si vedono, eppure sono ciò che permette a un albero di rimanere in piedi. Allo stesso modo, spesso non vediamo ciò che ci lega alla nostra storia: i gesti imparati in famiglia, le parole del paese, i racconti dei nonni, i mestieri, le partenze, i ritorni. Sono fili sotterranei che continuano a tenere insieme le generazioni.
Ogni comunità nasce da una terra condivisa. Prima ancora delle strade e dei confini amministrativi, ci sono i luoghi che abbiamo imparato a riconoscere: una montagna, un fiume, una piazza, un sentiero. E ci sono le storie che quei luoghi hanno raccolto.
Per questo la terra è anche memoria. Non una memoria immobile, conservata come qualcosa da proteggere soltanto dal tempo, ma una memoria viva, che continua a influenzare il presente. Le comunità si riconoscono nei luoghi perché nei luoghi riconoscono una parte di sé.
Ma la terra non è soltanto ciò che ereditiamo. È anche ciò che siamo chiamati a consegnare.
Ed è qui che il tema diventa contemporaneo. La Terra è oggi attraversata da cambiamenti che riguardano tutti: il clima, le risorse, gli equilibri geopolitici, il rapporto tra sviluppo e ambiente. Il 26 agosto, a Casalvieri, il Festival affronta proprio queste questioni attraverso il dialogo tra Gaetano Quagliariello e il fisico del CNR Antonello Pasini, mettendo in relazione ambiente, conoscenza e geopolitica.
È un passaggio importante nel percorso del Festival: la poesia del Cantico non rimane nel passato, ma diventa uno sguardo attraverso cui leggere il presente.
Chiamare la Terra «madre» significa infatti assumere una responsabilità. Una madre non è una risorsa da consumare: è qualcuno da cui riceviamo la vita e verso cui abbiamo un dovere di cura. E la cura comincia dalla consapevolezza di essere parte di qualcosa di più grande di noi.
Anche le storie funzionano così.
Una storia è una radice: affonda nel passato, ma continua a nutrire il presente. Raccontare significa dare un nome a ciò che ci ha preceduti, riconoscere da dove veniamo e permettere a qualcun altro di conoscere quella stessa strada.
E forse è proprio questa la ragione più profonda per cui il Festival dedica una giornata a Madre Terra. Perché senza radici non c’è memoria. Senza memoria non c’è comunità. E senza una comunità capace di riconoscere ciò che la unisce, anche il futuro rischia di diventare un luogo senza storia.
Il 26 agosto, a Casalvieri, la terra diventa allora più di un tema: diventa una domanda.
Che cosa abbiamo ricevuto? Che cosa stiamo trasformando? E che cosa saremo capaci di lasciare a chi verrà dopo di noi?
La risposta, forse, comincia proprio da sotto i nostri piedi.
Dalla terra che ci sostiene. Dalla terra che ci ricorda chi siamo. Dalla terra che, ancora oggi, ci tiene insieme.