«Laudato si’, mi’ Signore, per sora Acqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta.»
«Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.»
Ci sono paesi che sembrano costruiti per essere attraversati. Altri chiedono di essere percorsi lentamente, seguendo una strada, una salita, un campanile che appare tra le case, una piazza che si apre improvvisamente davanti agli occhi.
Gallinaro è uno di questi.
A 558 metri di altitudine, su una collina nel cuore della Valle di Comino, il paese guarda il territorio che lo circonda. Il suo paesaggio è fatto di colline e corsi d’acqua: il Rio Mollo, affluente del Melfa, attraversa il territorio comunale, mentre intorno si susseguono Colle Pistillo, Colle Parto, Colle Sgaglioffa, Colle Ippolito, Colle Capoccia e Colle Maggio.
È proprio l’acqua, quest’anno, a dare a Gallinaro una delle sette voci del Festival delle Storie.
Ma per capire il borgo bisogna partire da molto prima del Festival.
Un castello sulla collina
Gallinaro ha origini altomedievali. Come molti centri della Valle di Comino, nacque come castrum, un insediamento fortificato costruito sulla collina per controllare il territorio.
Nel 1023 il castello di Gallinaro fu oggetto di una contesa: pur essendo possedimento dei Conti di Sora, l’imperatore Enrico II decise di assegnarlo ai nipoti del suo sostenitore Melo di Bari. Per conquistarlo inviò il normanno Trostaino con 25 uomini, che riuscì nell’impresa.
Quella posizione strategica avrebbe continuato a determinare la storia del paese.
Oggi delle fortificazioni rimane soprattutto la traccia nella struttura urbana e nella posizione della Chiesa di San Giovanni Battista ed Evangelista, costruita nel punto più alto del centro antico, nell’area corrispondente alle strutture dell’antico castello.
È uno di quei luoghi in cui la storia non è soltanto raccontata: è ancora dentro la forma del paese.
La chiesa che conserva la memoria del castello
La Chiesa di San Giovanni Battista ed Evangelista è uno dei luoghi da cercare quando si arriva a Gallinaro.
Le prime notizie risalgono all’inizio del Trecento, quando era probabilmente una piccola cappella all’interno delle mura del castello. Alla fine del Cinquecento il proprietario del paese donò il castello alla popolazione affinché potesse essere costruita una nuova chiesa, che diventò parrocchiale nel 1596.
L’edificio che vediamo oggi è il risultato di trasformazioni e restauri successivi, soprattutto nel Settecento.
All’interno conserva elementi di particolare interesse, tra cui un organo con cantoria lignea, un pulpito barocco e un confessionale di pregevole fattura.
Ma la cosa più interessante, forse, è il rapporto tra l’edificio e ciò che c’era prima.
Per arrivarci bisogna salire nel cuore del paese, fino al punto in cui un tempo si trovavano le mura.
È un modo concreto per vedere come un borgo possa trasformarsi senza cancellare completamente ciò che è stato.
San Gerardo e la storia di un pellegrino
Se San Giovanni racconta la storia del castello, San Gerardo racconta quella della devozione.
Il Santuario di San Gerardo Confessore è legato alla figura di un pellegrino che, secondo la tradizione, morì a Gallinaro durante il viaggio verso la Terra Santa. Il santuario sorse sul luogo legato alla sua sepoltura nella prima metà del XII secolo.
Le fonti locali non sono però concordi sulla cronologia della vicenda, per questo è più interessante fermarsi alla tradizione e a ciò che questa ha lasciato al paese, piuttosto che fissare una data come certezza storica.
Sono invece documentati il legame del luogo con un eremita già nel XIII secolo, le visite trecentesche dei discendenti di Gerardo, le loro donazioni e la fondazione di un ospedale.
La devozione è diventata così parte della storia di Gallinaro e ha trasformato il paese in una meta di pellegrinaggio.
È una storia che parla di movimento.
Un uomo che attraversa territori per raggiungere la Terra Santa. Una comunità che ne conserva la memoria. Un luogo che diventa, nel tempo, meta di pellegrinaggio.
Un paese di chiese e memoria
Nel Medioevo Gallinaro doveva essere un centro particolarmente vivo dal punto di vista religioso.
All’inizio del Trecento sono documentate nove chiese: San Salvatore, San Nicola, Santa Maria, Sant’Andrea, San Leonardo, San Giovanni, Santo Stefano, Santa Maria di Iannano e Santa Maria Cellarola.
Quest’ultima è considerata la più antica, con prime notizie che risalgono al 1019.
Di quel patrimonio oggi restano tracce diverse, ma la storia delle chiese racconta bene quanto la vita del paese fosse legata alla comunità, alla devozione e ai luoghi di incontro.
Anche il centro storico conserva memorie più dolorose. Una lapide ricorda l’epidemia di peste del 1656 e un fulmine abbattutosi nella zona nel 1733.
Sono segni piccoli, quasi nascosti, ma raccontano una cosa importante: la memoria di un paese non è fatta soltanto dei grandi avvenimenti.
È fatta anche delle paure, delle perdite e delle calamità che hanno attraversato la vita quotidiana delle persone.
L’acqua, la terra e il vino
Il paesaggio di Gallinaro è anche una storia agricola.
Intorno al 1860, l’agronomo Pasquale Visocchi introdusse nell’area di Atina diverse varietà di vite francesi, che si adattarono alle condizioni della Valle di Comino e contribuirono alla tradizione vitivinicola da cui deriva l’attuale Atina DOC.
Gallinaro rientra infatti nell’area di produzione delle uve dell’Atina DOC.
Il paese fa parte inoltre del territorio di produzione del Fagiolo Cannellino di Atina DOP, una delle eccellenze agricole della Valle di Comino.
Qui l’acqua del Cantico può essere letta anche così: come parte di un paesaggio che non esiste separato dalle persone che lo coltivano.
Acqua, terra, vite.
E poi vino.
Una storia che continua a passare attraverso le generazioni.
Il paese delle feste e dei pellegrini
Gallinaro è anche un paese di tradizioni.
L’11 agosto si celebra solennemente la festa di San Gerardo, patrono del paese, una ricorrenza che continua a riunire la comunità e i pellegrini intorno a uno dei luoghi più importanti della storia religiosa locale.
Il borgo è conosciuto per la sua tradizione di pellegrinaggio legata ai luoghi di culto presenti sul territorio.
Questa dimensione religiosa non è separata dalla vita del paese: è parte della sua storia sociale, del calendario, delle relazioni e della memoria collettiva.
È proprio questo che rende interessante camminare nei piccoli borghi della Valle: dietro un edificio, una festa o una tradizione spesso c’è una storia molto più lunga di quella che appare.
Gallinaro oggi
Gallinaro non è un museo.
È un paese vivo, inserito in una valle in cui i borghi devono affrontare, come molte aree interne italiane, la necessità di conservare la propria identità mentre cambiano le comunità e le abitudini.
Il Festival delle Storie entra in questo contesto senza costruire un luogo nuovo.
Porta le storie dentro quelli che esistono già.
Le piazze diventano luoghi di ascolto, le strade collegano un racconto all’altro, il centro storico torna a essere attraversato da persone che arrivano per ascoltare e finiscono per conoscere anche il paese.
È una delle ragioni per cui il Festival ha scelto di costruire il suo racconto attraverso sette borghi.
Gallinaro e Sorella Acqua
Nel Cantico delle Creature, Francesco non guarda la natura da lontano.
La chiama sorella.
E forse è proprio questa la chiave con cui attraversare Gallinaro il 24 agosto: non cercando soltanto ciò che è bello da fotografare, ma provando a capire il rapporto tra il paese e ciò che lo circonda.
L’acqua che attraversa il territorio.
La terra che produce.
Le colline che proteggono il borgo.
Le chiese che custodiscono secoli di memoria.
Le persone che continuano ad abitarlo.
Il Festival delle Storie aggiunge una nuova forma a questa storia: per una giornata, Gallinaro diventa Sorella Acqua, una delle sette carte del grande racconto dedicato al Cantico delle Creature, nell’anno dell’ottavo centenario della morte di san Francesco.
E forse è un’immagine che gli appartiene più di quanto sembri.
Perché l’acqua non ha una sola strada.
Scende dalla montagna, attraversa la terra, entra nei paesi, raccoglie storie e poi riparte.
Come le persone.
Come la memoria.
Come le storie che, una volta raccontate, non appartengono più soltanto a chi le ha vissute.