Festival delle Storie 2026, il messaggio della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni

«Troppo spesso, infatti, non ci accorgiamo della meraviglia che abitiamo.»

Sono le parole con cui si conclude il messaggio dedicato alla XVII edizione del Festival delle Storie, un invito a guardare con occhi nuovi la Valle di Comino e quella bellezza autentica che spesso rimane lontana dai grandi circuiti.

Nel suo messaggio, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sottolinea il valore di un Festival che attraversa ogni giorno un borgo diverso, porta le persone nelle piazze, tra antichi castelli e luoghi di fede, e attraverso le storie racconta il rapporto con il territorio, la natura e la comunità.

Quest’anno il viaggio del Festival segue il Cantico delle Creature, attraversando sette borghi e sette elementi del creato. Un percorso che non invita soltanto ad ascoltare, ma anche a fermarsi, guardare e riconoscere ciò che abbiamo intorno.

Perché forse la meraviglia non è sempre qualcosa che dobbiamo cercare lontano.

A volte è proprio qui: nelle strade che percorriamo ogni giorno, nei paesi che conosciamo da sempre, nelle storie che qualcuno ha ancora da raccontare.

E quando impariamo a riconoscerla, nasce anche il desiderio di prendercene cura e sentirci parte di una comunità.

È questo uno dei sensi più profondi del Festival delle Storie: dare nuovi occhi a chi ascolta e una nuova voce ai luoghi che racconta.

Grazie alla premier Meloni per queste parole e per aver riconosciuto il valore della nostra Valle, delle sue comunità e delle sue storie.

Qui il testo della lettera integrale.

Carissimi,

mi dispiace molto non poter esser con voi nella splendida Val di Comino per la giornata inaugurale della diciassettesima edizione del Festival delle Storie, ma ci tenevo a farvi arrivare il mio saluto e il mio contributo.

Anche quest’anno, il Festival delle Storie torna a raccontare uno dei tasselli della bellezza più autentica della nostra Nazione. Quella bellezza che se ne sta un po’ in disparte, fuori dai circuiti di massa o più rinomati, ma che incarna l’anima profonda dell’Italia. E lo fa in un modo semplice ma efficace: attirando le persone tra antichi borghi e castelli, riempiendo vie e piazze che in pochi percorrono, raccontando storie che lasciano un segno. Storie che vale la pena condividere, perché parlano di una precisa idea della vita, del senso di comunità, del rapporto con il territorio, dell’amore per la natura, dello sguardo per il sacro.

In passato sono stata ospite del Festival e, da allora, sono convinta che il suo successo dipenda proprio dalla formula scelta: accendere i riflettori su territori che hanno tanto da dire ma che sono meno conosciuti di altri; scommettere su un evento itinerante che ogni giorno cambia borgo; costruire un palinsesto che ogni sera svela qualcosa di nuovo. Come uno scorcio senza tempo, una perla naturalistica, un castello millenario, un’eccellenza enogastronomica o uno scrigno di fede e spiritualità.

Tesori di cui la Ciociaria è ricchissima. Terra di Papi e condottieri, di Santi e artisti, di letterati e poeti. Di uomini e donne che, nel corso del tempo, hanno saputo portare il nome di questa terra nel mondo. Una terra superba e orgogliosa, non sempre raccontata per quello che è realmente ma che merita di essere vissuta, conosciuta, valorizzata. Anche per questo il Festival ha un merito particolare, perché ci porta alla scoperta della Ciociaria più vera. È proprio partendo da questi territori che il Governo ha scelto di dedicare un’attenzione particolare ai borghi, ai piccoli Comuni a vocazione turistica, alle aree interne. Luoghi del cuore e dell’anima, che conservano le nostre tradizioni, proteggono la nostra identità, offrono servizi di grande qualità e custodiscono un potenziale che è nostro compito liberare.

Il Festival delle Storie racconta esperienze che spesso, proprio nella loro semplicità, riescono a dire qualcosa a tutti noi. E quest’anno, a ottocento anni dalla nascita al cielo di San Francesco, questa rassegna non poteva che essere dedicata al Poverello d’Assisi, “il più amabile, il più poetico e il più italiano de’ nostri santi”, come lo ha definito Vincenzo Gioberti. Un uomo che ha lasciato tutto per trovare tutto; un Santo che ha insegnato al mondo la gioiosa semplicità dell’amore; un italiano che ha forgiato l’identità di un intero popolo.

Ad indicare la rotta del Festival è il Cantico delle Creature, il testo poetico più antico della letteratura italiana, il componimento che ha tracciato la strada che ha guidato Dante, Petrarca, Boccaccio e ha reso grande e conosciuta in tutto il mondo la nostra lingua. Un’opera che tutt’oggi conserva la sua unicità e sprigiona la sua immensa potenza culturale.

Il Festival raggiungerà sette borghi della Val di Comino, ognuno dei quali ospiterà un evento dedicato a una delle creature che Francesco ha lodato. Un viaggio che passa da luoghi diversi, ma che in qualche modo ci porta anche dentro di noi. Ci mette davanti a volti, immaginari e sogni. E ci offre l’occasione di fermarci un attimo, di ascoltare e di guardare con più attenzione quello che abbiamo intorno.

Troppo spesso, infatti, non ci accorgiamo della meraviglia che abitiamo. Ed è prezioso che ci sia qualcuno che ce lo ricordi e che ci dia, anche solo per qualche ora, nuovi occhi per apprezzare pienamente quello che ci circonda. Perché è da questa consapevolezza che può nascere il desiderio di diventare noi stessi cantori di bellezza, per prenderci cura dei nostri luoghi e sentirci pienamente parte di una comunità.

Che è fatta di tanti tasselli, ma che non può prescindere dalla ricchezza di quei territori che da sempre custodiscono e tramandano la nostra identità più vera.

Buon Festival a tutti!

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